Guarda… io non so come questo finirà… Ma è come quando si guidano i cavalli, in corsa, e si esce di strada… Le mie forze scatenate mi trascinano, vinto. Davanti al cuore c’è solo la paura, con il suo canto, e il cuore che trema, a sentirlo… Ma sono ancora padrone di me, e grido forte a chi mi ama: Ho ucciso mia madre, ma ne avevo ragione, era un’assassina, era un contagio vivente, una bestemmia a Dio!
Oreste (Coefore)
Avviandoci verso la conclusione, cominciamo a salutare gli ultimi ospiti rimasti: e primo Oreste, doverosamente.
Il giovane Oreste, al pari di Elettra, con i suoi laceranti conflitti è una figura drammatica molto moderna che è facile accostare ad Amleto (qui una riflessione in proposito di Giorgio Capasso). La sua popolarità nel mondo antico è pari a quella di altre figure mitiche relative ai poemi omerici e legate al ritorno e alla vendetta, molto amata dai ceramografi e di grande ispirazione per i tragedi di ogni tempo. A parte ogni considerazione sull’infinita ricchezza di temi drammatici che Iliade e Odissea riassumono per i contemporanei e suggeriscono ai posteri, verrebbe da trarre la lezione che la guerra non porta ricchezze e fortuna nemmeno ai vincitori, se non sapessimo che la disgraziata famiglia degli Atridi è destinata a tale sequenza di violenze di morte a causa di una antica maledizione.
Del resto dietro il gesto di Oreste c’è anche la profezia di Apollo che il giovane matricida non osa contrastare, e questo ci riporta alla crudele ineluttabilità del destino: che è quasi sempre tragico, nella Storia e nell’Arte, perché l’uomo resta governato dalle passioni e dalle sue debolezze, ma che almeno nelle opere letterarie il buon artista riesce a tramutare in evento positivo per la collettività attraverso la catarsi del pubblico e un provvidenziale “deus ex machina”. La Storia, purtroppo, insegna molto meno.




